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*il manifesto*/ 19 aprile 2009, Internazionale, pag. 10

DALLA PARTE DELLE DONNE AFGHANE
Lo stupro legalizzato, una protesta a Roma

La legge con cui l'Afghanistan ha legalizzato lo stupro dei mariti nei confronti delle mogli continua a suscitare proteste. Ieri a Roma diverse organizzazioni (Donne in Nero, Centro Donnalisa, Casa internazionale e rappresentanze delle «Sommosse» romane) hanno tenuto un sit-in contro quella legge che vieta alle donne di uscire di casa, lavorare e andare dal medico senza il permesso del marito, e dà la custodia dei figli a padri e nonni. Ricordano che pochi giorni fa è stata uccisa Sitara Achakzai, consigliera nella provincia di Kandahar e impegnata nelle difesa dei diritti delle donne, e tre giorni dopo, il 15 aprile, centinaia di donne afghane che protestavano a Kabul contro la legge sono state prese a sassate e insultate da una schiera di taleban sotto gli occhi della polizia. (*Marizen*)

 

A proposito dell'articolo del 21 aprile del corriere della sera, "Kabul e il silenzio delle femministe «Ormai siamo escluse dal dibattito» "


LE DONNE NON STANNO IN SILENZIO: NON VENGONO ASCOLTATE

Come compagne e femministe, impegnate da anni sulle questioni di genere, sentiamo il dovere di rispondere all'articolo apparso sul Corriere della Sera del 21 aprile scorso a firma Valeria Mazza, in cui Susanna Camusso (segreteria nazionale Cgil) accusa il movimento femminista di vivere una stagione di silenzio. Crediamo che questo non sia giusto nei confronti delle tante compagne impegnate in questi anni nella costruzione di percorsi sulla questione di genere -sfociati anche nelle manifestazioni nazionali del 24 novembre 2007 e del 21 novembre 2008 - che hanno visto la partecipazione di migliaia di donne. Manifestazioni di cui la maggior parte dei massmedia non hanno certo brillato per attenzione. Così come è passata nel silenzio (eccezion fatta per il manifesto) la manifestazione di tante donne che, lo scorso 18 aprile, hanno manifestato davanti all'ambasciata dell'Afghanistan, a Roma, per protestare contro la legge che garantisce il diritto di stupro nel matrimonio sciita. Le donne ci sono, parlano, discutono. Ma la realtà è che non vengono ascoltate, neanche da quelle donne - politicamente o sindacalmente impegnate - che, senza informarsi prima, si permettono di tirare gli orecchi a tutto il movimento femminista e di dare lezioni di "alta" politica nei salotti della tv.
Associazione Donne in Genere onlus

Centro Donna L.I.S.A. di Roma


 

Proteste in Afghanistan e in Pakistan, piazze vuote in Italia e negli altri Paesi occidentali

Kabul e il silenzio delle femministe «Ormai siamo escluse dal dibattito»

Camusso: «Non si parla per paura di criticare le religioni»

«Commentavo con un’amica le ultime vicende in Afghani­stan. La consigliera assassinata, le sassaiole contro le manifesta­zioni di Kabul contro la legge che garantisce il diritto di stu­pro nel matrimonio sciita — os­serva la femminista Susanna Ca­musso, segretaria confederale della Cgil —. Tra le tante cose che ci sono state raccontate quando siamo intervenuti nel Paese è che le donne sarebbero state liberate dal burqa». Le atti­viste afghane hanno marciato per i diritti delle donne a Kabul. Le attiviste pachistane, sia lai­che sia dei partiti islamici, han­no protestato a Lahore e Kara­chi dopo la diffusione di video di ragazze frustate o uccise nel­le zone tribali per «relazioni ille­cite ». In Italia e nei Paesi occi­dentali si commenta e si riflette su queste notizie, c’è indignazio­ne sul web, ma le femministe non sono scese in strada a mani­­festare, non hanno presidiato le ambasciate. Nè si è registrata una reazione forte e continua delle donne di sinistra, destra o centro. Viviamo una «stagione di silenzio», dice Camusso. «Il movimento femminista è come un movimento carsico: compa­re e scompare». La fase di scom­parsa sembra durare da un po’.

Camusso denunciò nel 2007 il silenzio delle femministe su Hina, la pachistana uccisa a Bre­scia dal padre perché voleva vi­vere «all’occidentale». Non par­larono perché «l’attacco all’im­migrato non è politically cor­rect», disse. «La penso come al­lora — dice oggi —. Anzi, se possibile, è ancora peggio: si è continuato a tacere anche delle violenze sulle donne italiane. Il tema della violenza sessuale è scomparso, rinchiuso dentro le mura domestiche. Lo si usa solo per gridare scandalo se a com­mettere lo stupro è un extraco­munitario ». Se non ci si solleva per le violenze domestiche con­tro le italiane, figuriamoci nei casi delle donne all’estero. Lidia Menapace, ex senatrice di Rifon­dazione comunista, è d’accordo ma aggiunge che se le femmini­ste non parlano è anche per via di «un’esclusione soft»: «E’ diffi­cile prendere la parola. Sulla sharia viene interpellato il politi­co, non le donne, che non sono più soggetto politico».

Secondo Assunta Sarlo, che nel 2006 organizzò a Milano una spettacolare manifestazio­ne per l’aborto, «pensare che l’unica modalità di espressione delle donne rispetto alle que­stioni dei diritti siano solo le manifestazioni è riduttivo. Ci sono molte modalità: ragiona­re, riunirsi. Ci sono siti, giorna­li, riviste in cui il dibattito con­tinua sul multiculturalismo. E le organizzazioni non governa­tive di donne, ce ne sono tantis­sime nei Paesi in via di svilup­po, pesano forse più delle mani­festazioni ». Camusso però cre­de che il problema sia più pro­fondo: «Chi teorizza il multicul­turalismo tende ad escludersi dal dibattito. C’è una forte fati­ca a dire una cosa intuitiva: che il metro di misura della demo­crazia in Afghanistan, in Iran, in Somalia è che i diritti delle persone non siano violati. C’è un’ulteriore difficoltà: il silen­zio nei confronti delle religio­ni. Io penso che esercitare la cri­tica rispetto a una religione, nella logica della sharia che pre­suppone la sottomissione, non significa non essere rispettosi, ma saper individuare aspetti di inciviltà».

Un’altra questione è se il mo­vimento femminista nei Paesi musulmani apprezzi l’appog­gio occidentale. «A volte se don­ne straniere appoggiano le fem­ministe locali, queste ultime possono essere etichettate co­me anti-Islam da chi usa la reli­gione a scopi politici», dice la scrittrice egiziana Saher El Mougy. «In ogni caso, possono fornirci un appoggio morale che però non cambia nulla sul terreno. La lotta più difficile è cambiare la cultura: ciò che le donne fanno contro se stesse e le figlie». L’avvocato Mehran­giz Kar, una delle più note fem­ministe iraniane, crede invece che, benché non vi siano state grandi proteste di piazza, «le donne in Europa e in America siano molto sensibili al proble­ma delle afghane. Detto ciò, benché il movimento femmini­sta sia unico e lotti ovunque per l’uguaglianza, va capito che le priorità sono diverse. Oggi le femministe in molti Paesi mu­sulmani stanno spesso attente a dire che Islam e diritti umani sono conciliabili, per ottenere legittimità e sperando di raffor­zare i moderati. Chi le appoggia davvero all’estero fa lo stesso. E’ una strategia. Funzionerà? Non so. Forse solo nel breve pe­riodo ».
 

Viviana Mazza
21 aprile 2009

 

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